Il Financial Fair Play e la Mano Invisibile

Una critica liberale.

Quando Adam Smith formulò la metafora della mano invisibile, intendeva rappresentare quel principio secondo il quale nel libero mercato la ricerca individuale del proprio interesse gioverebbe direttamente all’interesse dell’intera società.

Secondo Smith, gli individui sarebbero spinti ad operare in modo da assicurare tali benefici, pur perseguendo i propri vantaggi individuali.

Condizione necessaria è l’esistenza di uno stato di libero mercato, ovvero un mercato in cui venditori ed acquirenti in mutevole ruolo non sono forzati da una terza parte diversa da loro, nello specifico un mercato in cui gli effetti delle decisioni dei singoli sono determinati dalle naturali leggi di domanda e offerta.

Nella sua opera omnia “La Ricchezza delle nazioni” il filosofo scozzese meglio manifestava con questo esempio la sua idea:

Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio, che noi ci aspettiamo la nostra cena, ma dal loro rispetto nei confronti del loro stesso interesse. Noi ci rivolgiamo, non alla loro umanità ma al loro amor proprio, e non parliamo loro delle nostre necessità ma della loro convenienza.

È interesse proprio del macellaio vendere i propri beni e nella determinazione del prezzo di essi ogni macellaio terrà presente il prezzo proposto dai suoi colleghi, la propensione all’acquisto dei clienti e la disponibilità effettiva del bene oggetto di vendita.

In questo modo l’acquirente potrà contare sulla volontà del macellaio di perseguire il proprio interesse per acquistare il bene necessario al giusto prezzo.

Sarebbe infatti contro l’interesse stesso del macellaio proporre un prezzo di vendita fuori scala, in quanto gli acquirenti si rivolgerebbero ai suoi diretti concorrenti.

Questo banale esempio è volto ad illustrare quello che in economia viene definito “equilibrio competitivo” secondo cui è l’operato stesso dei mercati concorrenziali ad assicurare l’uguaglianza tra domanda e offerta e il soddisfacimento dei desideri, ossia il benessere, di tutti gli attori.

Fatte queste premesse va sottolineato con altrettanta chiarezza e forza come la competitività di mercato non sia tra gli obiettivi ufficiali del Financial Fair Play, che regolamento alla mano si prefigge di:

  • Migliorare la capacità economica e finanziaria dei Club, aumentando la loro trasparenza e credibilità
  • Porre la dovuta attenzione sulla protezione dei creditori e garantire che i club regolino puntualmente le proprie responsabilità con i dipendenti, autorità fiscali e con gli altri club
  • Introdurre maggiore disciplina e razionalità nelle finanze dei club calcistici
  • Incoraggiare i club ad agire sulla base dei propri ricavi
  • Incentivare un modello di spesa responsabile per il beneficio di lungo periodo del calcio
  • Proteggere la sostenibilità di lungo periodo del calcio Europeo

L’ambizione sin dal primo giorno è stata quella di creare un modello di business sostenibile, rispondente alle logiche di una società per utili, lontana da mecenati quali la famiglia Moratti o Berlusconi e soprattutto limitando la “fantasia finanziaria” dei vari Tanzi e Cragnotti (per restare in terra italica).

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Per l’UEFA i Club devono “imparare” ad auto sostenersi, ossia essere in grado di generare utili, o quantomeno il pareggio di bilancio per poter poi reinvestire in base a questo.

Il protocollo regolamentare del Fair Play oltre allo scopo di controllo ha anche pertanto la funzione pedagogica di educare nel lungo periodo i Club a ragionare secondo queste logiche, logiche che val la pena rilevare sono una novità totale per il mondo del Calcio come sino a qualche anno fa eravamo abituati a conoscerlo.

Gli obiettivi del Financial Fair Play così esposti ed articolati non possono essere messi in discussione, una maggiore capacità d’impresa ed una propensione al business per colossi da centinaia di milioni di euro all’anno è l’unica via per una maggiore credibilità di lungo periodo ed un benestare necessario per poter essere nelle condizioni di attrarre maggiori sponsor dall’esterno.

La pubblicazione a cura della UEFA della nona relazione comparativa sulle licenze per club dimostra come i risultati tangibili di questo intervento sui mercati siano positivi, le perdite dei Club (al netto di trasferimenti e finanziamenti) risultano in calo passando da 1700 Mln prima del fair play finanziario a poco più di 260 Mln.

L’indebitamento netto registra risultati positivi, sceso al minimo storico del 35% sui ricavi annuali.

I 700 Club delle massime divisioni stanno registrando una crescita annuale complessiva dei ricavi quasi del 10%.

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Nona relazione comparativa sulle licenze per club

Il Fair Play rispetto agli obiettivi che si è posto funziona, doveva ridurre l’indebitamento ed aumentare la managerialità nella gestione dei Club ed i risultati sovraesposti vanno chiaramente in questa direzione.

Tuttavia va posta anche attenzione sul ruolo indiretto che il FFP esercita all’interno dell’universo calcistico Europeo.

Rispetto alla metafora della mano invisibile, fedele alla sua natura di organo di controllo sulle operazioni finanziarie si pone come elemento terzo tra le parti, da un lato persegue i risultati che si era posto dall’altro compromette l’equilibrio competitivo del calcio europeo.

Dotato del potere decisionale di stabilire chi può sedersi al tavolo delle trattative e chi no, determinando se un Club può o meno mantenere tutti i suoi asset o se sia costretto suo malgrado a sedersi ad un tavolo per trattarne forzatamente la cessione, gioca un ruolo avverso alle naturali leggi di domanda ed offerta.

Una cessione forzata per motivi di Fair Play può mettere il Club cedente in una posizione debole e pertanto diminuisce il suo potere in fase di trattativa dal momento che l’acquirente è a conoscenza della quasi costrizione a vendere del primo.

Viceversa un giocatore di livello assoluto subirà possibilmente un rialzo sul prezzo del cartellino poiché i potenziali acquirenti sono diminuiti, essendo una parte di essi impossibilitati a partecipare alla trattativa.

Degno di essere segnalato anche il sempre più frequente fenomeno che vede cessioni di giocatori giovani e non centrali nel progetto a cifre a dir poco elevate al fine di centrare obiettivi di bilancio.

A valle di tutto l’impressione di chi vi scrive e credo anche di molti appassionati è che lo stimolo allo sviluppo dei Club sia ancora dato in larga misura dalla possibilità d’investimento della struttura proprietaria (cito ad esempio Paris Saint Germain e Manchester City), dai premi di partecipazione alla Champions League e dai proventi frutto della vendita dei diritti TV, piuttosto che da una maggiore capacità imprenditoriale.

Il Financial Fair Play ad oggi esprime una grossa contraddizione, ancora non debitamente sviscerata dal circuito ufficiale e dai vari organi di stampa europei, che porta ad avere un duplice ed opposto punto di osservazione.

Se ci poniamo dal punto di vista del legislatore, l’UEFA, il FFP non può che essere valutato positivamente, i dati analitici aggregati che abbiamo analizzato nei precedenti paragrafi dimostrano come le azioni correttive attivate stiano portando il business nella direzione voluta.

È un dato di fatto.

Il punto di vista opposto, che a mio avviso ancora nessuno ha voluto osservare con la giusta profondità è quello del mercato.

Il mercato aveva bisogno del Financial Fair Play?

Il mercato aveva davvero la necessità di inserire un elemento terzo dotato del potere dispositivo di interferire sugli equilibri?

La risposta più corretta viene da una pacata osservazione della realtà, il FFP non lo hanno voluto i Club, è stata bensì una decisione fortemente voluta dall’UEFA, calata trasversalmente dall’alto verso il basso, che vede così aumentare il suo già enorme potere rendendola di fatto in grado di autenticarsi come organismo di controllo finanziario in grado di agire attivamente (positivamente e negativamente) sulle casse dei Club.

Il tema dell’interventismo è stato ed è a lungo discusso in ambito economico, viene definito tale il comportamento di uno Stato che, oltre a determinare le regole del mercato, mette in pratica interventi che condizionano l’economia con obiettivi diversi, dalla gestione dei prezzi alla crescita economica alla riduzione dei salari, di fatto l’UEFA attuando il Fair Play ha attuato una politica interventista ponendosi allo stesso livello di uno Stato sovrano che interviene sul proprio mercato interno.

Concludendo, il Financial Fair Play non può e non deve essere valutato negativamente rispetto alle motivazioni che ne avevano sancito l’istituzione, ma come la storia economica ha dimostrato che le politiche liberali del “laissez faire” ispirate alla pura applicazione del principio della mano invisibile portano a spregiudicate deregolamentazioni, anche l’eccessivo intervento può condizionare l’equilibrio di lungo periodo dei mercati, senza il quale i Club e gli investitori potrebbero tornare ad agitare con maggiore convinzione il sempre attuale fantasma della Superlega come competizione alternativa ed indipendente.

Ricordando sempre che il calcio sono i Club con i loro tifosi e non le strutture politiche che lo governano.

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