L’insostenibile leggerezza dell’esperto

Se Napoleone si permise di dire “c‘è da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette” significa che il potere dei media era già noto duecento anni fa. Eppure, osservando quanta più incidenza abbiano guadagnato sulle nostre vite, il monito del condottiero non pare aver trovato un adeguato riscontro nel popolo.

Ognuno di noi è bombardato tutti i giorni dal tipicamente contemporaneo concetto di “live”, quasi che senza un’esperienza di questo tipo il nostro vissuto ci appaia meno autentico, ma passa colpevolmente in secondo piano che non è l’aspetto di esperienza stessa ad essere promosso, bensì quello della sua immediata condivisione e come conseguenza, interpretazione.

sky-sport-presenta-oltre-2000-partite-live-pe-L-buiabF

Nella commercializzazione di un prodotto live è fondamentale la relazione tra quantità (di utenti) e tempo, ove il secondo è inversamente proporzionale al primo: una trasmissione live per essere considerata un prodotto riuscito deve essere in grado di raggiungere il più elevato numero di persone nel minor tempo possibile.

Comprendere questa relazione è molto importante perché per giungere all’obiettivo di collegare un elevato volume di persone in un tempo molto ridotto è necessario che queste sappiano che ad attenderle ci sia già un prodotto che porti loro immediato soddisfacimento circa l’esperienza che hanno appena vissuto.

L’aspetto centrale dell’esperienza live non è più pertanto l’esperienza stessa, ma il fatto che di essa venga immediatamente fornita una spiegazione che soddisfi l’innato bisogno di controllo degli eventi.

Spiegazione che diventa a questo punto fruibile in pochi istanti e stando comodamente seduti sul nostro divano.

Poniamoci a questo punto una domanda. Se abbiamo visto che in risposta alle necessità del rapporto quantità/tempo occorre confezionare un prodotto che soddisfi il bisogno delle persone di ridurre l’ignoto al noto, come può quest’ultimo essere in grado di fornire una spiegazione esauriente relativa a qualcosa che si è appena concluso o in alcuni casi è ancora in corso?

L’asse temporale ci fornisce la sua semplice risposta: è impossibile.

Se X è l’avvenimento oggetto di esperienza e 1 è un tempo estremamente ristretto se non quasi contemporaneo, è impossibile che in X+1 si possa offrire qualcosa realmente in grado di spiegare X.

Per risolvere questo problema di natura fisica è pertanto necessario creare un artificio. L’espediente trovato dai media per raggiungere un migliore effetto, per poter cioè addomesticare il rapporto quantità/tempo, è stato intuire che il prodotto da offrire deve essere già pronto, un vero e proprio format precostituito che sia in grado di contenere tutte le risposte di cui il pubblico possa aver bisogno, una sorta di prontuario da mandare in onda in cui conclusioni più o meno banali e molto spesso errate, o meglio affrettate, vengono spacciate come verità assoluta e diventano tendenza, pensiero.

Al fine di attivare questo meccanismo manca solo un ultimo elemento, serve una figura in grado di vagliare e scegliere quale tra le risposte precostituite sia più adatta al contesto, è necessario che questa persona abbia la capacità di decretare “il fallimento” di un progetto, “l’ascesa” di un nuovo fuoriclasse, “l’esegesi” di un sistema tattico in pochi minuti e sia in grado con la stessa duttilità di cambiare idea e anche contraddirsi in virtù di ciò che serve allo spettacolo.

La risposta a questo punto rimasto vacante ha trovato soddisfazione nell’evoluzione dell’esperto, in origine figura di contorno che dava profondità tecnica ai ragionamenti, oggi è a tutti gli effetti un vero e proprio showman.

L’esperto è la figura perfetta, ben vestita, educata e tecnica che può dire ciò che vuole e letteralmente creare pensiero.

massimo-mauro

“Il Var è una cazzata”.

Parole e musica di Massimo Mauro, esperto di Sky Sport, che non ha trovato nessuna migliore argomentazione per definire la sua ormai nota contrarietà allo strumento introdotto da questa stagione sportiva.

Non intendo contestare la sua posizione – la validità del Var è infatti fuori discussione -, intendo sottolineare come la sua posizione sia sorretta dal nulla logico totale al punto che per ribattere a Rizzoli presente in studio non ha trovato di meglio di una sterile e vuota risposta da bar sport, vanificando una delle rare occasioni per giungere ad un interessante confronto con il poco accessibile mondo arbitrale.

Questa totale mancanza di supporto logico fa della sua una “non posizione” e non un “essere contrario”, il suo parere dovrebbe pertanto essere delegittimato su tutti gli argomenti in cui il suo povero ragionamento viene coinvolto.

Questo è un esempio, dei tanti che possiamo fare, su come spesso le osservazioni degli esperti e dei media e le spiegazioni che ci vengono fornite “real-time” siano totalmente lontane da quanto una consapevole osservazione del calcio potrebbe portarci.

Se il problema dell’esperto non è di facile definizione in sé, individuare un esperto in ambito calcistico lo è ancora di più.

Nelle cosiddette “scienze dure” (hard science), fisica, chimica e biologia, il riferimento base sono dati sperimentali, quantificabili e ripetibili. Un esperto pertanto è una figura che padroneggia le conoscenze teoriche e tecniche al fine di agire al loro interno; i risultati delle sue analisi sono quantificabili e verificabili da un punto di vista matematico.

Nel calcio, non ci sono dati quantificabili se non dopo l’evento, e la materia statistica applicata a questo sport non è ancora approfondita abbastanza da poter determinare quanto e se questi siano ripetibili nel tempo o utilizzabili per fornire spiegazioni.

Il calcio non è una scienza dura, il calcio ci dimostra quotidianamente come lo stesso giocatore cambiando squadra può avere rendimenti diversi e come il giudizio su una squadra può cambiare diametralmente a distanza di poche settimane.

Queste argomentazioni rendono la misura di quanto sia complicato analizzare e definire il calcio, e soprattutto quanto sia difficile definire chi sia realmente un esperto.

Ci vengono in aiuto le scienze sociali, dove all’interno della teoria dei sistemi, troviamo il concetto di autoreferenza, la proprietà che avrebbero alcuni sistemi di riferirsi a sé stessi, cioè di determinare i propri stati internamente, mediante un processo di interazione circolare tra gli elementi che li costituiscono e in modo essenzialmente indipendente dall’ambiente esterno. La teoria dei sistemi autoreferenziali si fonda sull’assunto generale che i sistemi complessi non sono definibili se non rispetto ai propri componenti.

In base a questa circolarità i media stessi hanno creato la figura dell’esperto, “autoreferenziandola” e vendendola per tale. Lo spettatore deve solo ascoltarlo in quanto lui è pronto a fornire la spiegazione di cui ha bisogno, perché il format ha stabilito e garantisce circa le sue “analisi”.

Abbiamo a questo punto la definizione di una sovrastruttura artificiale che funge da filtro tra noi e l’esperienza, arrivando talvolta a modificare la percezione di ciò che abbiamo visto, veicolando e creando uno stile interpretativo basato su considerazioni pronte all’uso e determinate da un rapporto utilitaristico e non finalizzato all’osservazione “naturale” della realtà.

aaa.png

Evidenziato ed elaborato da Nassim Taleb in ambiti più nobili quali il mondo economico, questo fenomeno produce un costante ronzio di sottofondo, definito dal flaneur libanese “rumore bianco”, nel quale è davvero difficile riuscire a cogliere i pochi spunti utili atti a costruire una seria riflessione.

Per combattere questa sovrastruttura è utile affrontare una piccola digressione estetica.

In tale ambito si dibatte molto sul processo di “estetizzazione diffusa” tipico della contemporaneità che porta a due sintesi contrapposte, la prima delle quali basata sul concetto di apparenza. Una passiva imposizione da parte di questa società mercificata che tende a sopravvalutare la bellezza e sottovalutare altre dimensioni, la predominanza dell’apparenza sull’essenza stessa.

Come scrisse Kundera: “Penso con angoscia al giorno in cui l’arte cesserà di cercare il mai detto e, docile, si rimetterà al servizio della vita collettiva, che esigerà da lei che abbellisca la ripetizione e aiuti l’individuo a confondersi, felice e in pace, con l’unità dell’essere”.

Parafrasando, possiamo dire che l’angoscia immaginata dall’autore ceco sia diventata realtà. La contemporaneità ha smesso di elaborare nuovi concetti e forme, non sperimenta più nuove idee, ma in virtù del merceologico rapporto quantità/tempo restituisce in ripetizione tramite i propri esperti due tipi di output, positivo o negativo, per nutrire un pubblico reso sempre più bisognoso dal solito scadente cibo.

All’origine di tutto c’è il concetto di qualità. La qualità non è più un elemento intrinseco che caratterizza in positivo o negativo l’essere, ma è diventata il risultato del rapporto quantità/tempo.

Con accezione più negativa, come inteso da Napoleone in apertura, i media possono creare vari livelli di realtà tramite i quali pilotare ed indirizzare i consensi.

La domanda è se preferiamo sentire un giudizio sommario dato da finti esperti o se preferiamo rifiutare un prodotto pronto per ricercarne noi l’autenticità.

È una questione estetica, dopotutto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...