Calcio e rivoluzione

Queste riflessioni partono da molto lontano, possono esserne rintracciate le prime riconoscibili tracce verso la fine degli anni ’50, quando il Calcio si perdeva ancora nel mito e la scarsa diffusione della televisione rendeva indispensabile l’esistenza di una narrativa di qualità, colta ed edotta, che potesse portare le gesta delle squadre oltre la frontiera del ristretto gruppo di tifosi che assistevano dal vivo agli incontri.

Il Football è una sublime forma di piacere la cui enorme estensione sposta i confini del contesto oltre a quelli del gioco, confondendo i campi della vita quotidiana e della rappresentazione di essa. Oltre alla figura del giocatore che si erge ad icona di una generazione, è il movimento calcistico stesso a divenire portatore di slanci e passioni che hanno nel rettangolo verde sfogo ed allo stesso tempo materializzazione.

Alla fine degli anni ’50 nasceva una delle filosofie più importanti e che per decenni influenzerà l’intero movimento, caratterizzando tuttora lo stereotipo che gli europei hanno nei confronti del Calcio Italiano: il temuto “Catenaccio”.

Sebbene sia difficile stabilire chi lo abbia inventato, è chiaro a tutti che Nereo Rocco fu l’allenatore che diede massima efficienza a questo sistema di gioco, un calcio ultra-difensivo con cui portò per la prima volta la Coppa dei Campioni in Italia quando, nel 1963, il suo Milan sconfisse il Benfica a Wembley, ma che aveva già dato ampia manifestazione del suo potenziale nel 1958, permettendo al Padova di raggiungere il terzo posto nel campionato maggiore.

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Wembley 22 Maggio 1963, i capitani Cesare Maldini e Mário Coluna

Se le caratteristiche tattiche del Catenaccio sono in parte note a tutti, per il nostro scopo sono più rilevanti le caratteristiche “culturali” necessarie per attuarlo con efficacia: sacrificio, compattezza, spirito battagliero sono elementi che trascendono il campo di e sono l’immagine dell’Italia depressa del dopo-guerra. Il Catenaccio è Machiavellicamente “la capacità di fare con quello che c’è”, il modo di lottare “dei deboli contro i forti”, l’atto di raccogliersi in difesa riducendo gli sforzi per poi ripartire a grande velocità e colpire in contropiede: è la dichiarazione d’intenti di un Popolo squassato dalla povertà e dalla distruzione, di migranti che lasciano le proprie terre natie per andare all’estero a cercare fortuna.

Il Catenaccio, in estrema sintesi, è l’espressione di un Popolo sfinito che si raccoglie su sé stesso e urla con violenza il proprio orgoglio.

Era come se il catenaccio facesse parte del carattere italiano, probabilmente non lo hanno inventato, era già in loro”, aveva sintetizzato Pier Paolo Pasolini.

Adattandosi all’evoluzione degli aspetti difensivi mutarono anche quelli offensivi. Il concetto di spazio elaborato dagli allenatori della scuola sovietica, tra cui il celebre Valery Lobanovskyi, divenne la base sulla quale Rinus Michels ed il suo discepolo Johan Cruyff formularono il Calcio Totale. Un linguaggio che stravolgerà il modo di giocare a pallone e che dalla nebbia di Amsterdam conquisterà tutta l’Europa, portando infine l’Olanda al secondo posto nel Campionato Mondiale del 1974.

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“De Mistwedstrijd”, la ribattezzarono in Olanda: “La Partita della nebbia

                                                                                                Il totaalvoetbal diviene un’espressione di ribellione verso gli usi ed i preconcetti dell’epoca, una dimostrazione di un piacere estetico estremamente fine che non ha come scopo esclusivamente il risultato finale, ma anche il divertimento del pubblico, dal libro Brilliant Orange di David Winner: “Segnare era una delle possibilità, ma lo scopo reale era la bellezza del Calcio stesso.”L’Ajax che vinse per tre volte consecutive la Coppa dei Campioni è nella leggenda, ma non è da dimenticare che quella squadra nacque da calciatori non professionisti che si allenavano agli ordini di Michels dopo il lavoro. Cruyff fu il secondo giocatore Olandese a firmare un contratto e fu parte attiva nella costituzione di un sindacato dei calciatori che potesse prendere le parti di tutto il movimento; non solo, tramite ciò e tramite il suo peso nello spogliatoio Ajacide prese parte alle contrattazioni con la dirigenza stessa per istituire i primi premi in denaro con i quali vennero spartiti i soldi derivanti dalle vittorie europee, che precedentemente erano appannaggio solamente delle società.

Il Calcio Totale fu una vera rivoluzione, in cui i risultati per quanto importantissimi erano secondari dinanzi alla bellezza estetica del Gioco ed al nobile intento di intrattenere la platea, una rivoluzione che fece fare passi decisivi verso la concezione moderna di professionismo e che sparse i semi dai quali germogliarono alcune delle squadre più forti della storia: la Danimarca del 1986, il Milan di fine anni ’80, l’Ajax del ’95 ed il Barcellona del Dream Team e di questa ultima decade.

Un movimento che ci ha portato in dote una delle menti calcistiche più elevate di sempre: Pep Guardiola, formatosi secondo gli insegnamenti di Cruyff, dopo aver condotto il Barcellona a fasti che mai aveva conosciuto nella sua storia sta portando la sua rivoluzione sui campi d’Inghilterra. Adattando il gusto estetico del Calcio Totale alla praticità ed all’intensità fisica inglese sta dominando la Premier League, quasi ridefinendo il concetto di spazio in formule algebriche .

Credo non sia un azzardo interpretare dal punto di vista dello spirito rivoluzionario del Calcio Totale la decisione di Pep di ergersi come simbolo a favore dell’indipendenza della Catalogna. La sua decisione di andare contro le regole della Football Association mostrando pubblicamente durante le partite il fiocco giallo degli indipendentisti arrestati è ferma e razionale: comprende di non aver rispettato le regole, ne paga le conseguenze, ma non accampa scuse e ne spiega lucidamente i motivi:

Ho avuto l’impressione che non abbia compreso (Martin Glenn, N.d.A.) all’inizio cosa significa quel nastro. Non ha a che fare con l’indipendenza ma con quelle persone che sono in carcere senza aver fatto nulla per meritarselo. Non si era reso conto di quale fosse la realtà dei fatti ma ora sono abbastanza sicuro che lo abbia compreso. La Football Association ha delle regole e le applica, io lo accetto anche perché devo, ma questo non vuol dire che io sia d’accordo. Lavoro in questo Paese dove ci sono delle norme e, come ho detto dall’inizio, accetto il fatto che la Federazione possa ritenere che io non debba avere quel nastro giallo. Ma io continuerò ad appuntarmelo perché ci sono ancora persone ingiustamente in prigione

“Io lo accetto (le regole) anche perché devo, ma non significa che sono d’accordo”. La rivoluzione non si ferma: dalla nebbia di Amsterdam ai campi da gioco, da Cruyff a Pep, ciò che conta è la risolutezza di uomini responsabili delle proprie scelte, anche e soprattutto se sono contrarie alle regole.

Rivoluzione.

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